Prove di scrittura

Miei cari,

dal momento che sto lavorando alla stesura di un racconto/romanzo (non temete: non mi darò mai alla scrittura perché non ne sono capace, magari potessi avere ambizioni letterarie! Mi è stato semplicemente chiesto e così ho pensato di “metterci mano” come diciamo ad Oxford), mi farebbe piacere condividerne un pezzetto con voi e sapere che cosa ne pensate. Vorrei tanto sapere il vostro parere per capire se la cosa può funzionare, se interessa, come è scritta. Se vi fa piacere darci un’occhiata e dirmi la vostra, ne sarei davvero felice, grazie!

“Che incubo” esclamò Angelica, per amici e parenti Angie, voltandosi verso le scrivanie dove erano seduti Camilla e Daniele, suoi fidati amici e colleghi da sempre, che in quel pigro pomeriggio di gennaio erano impegnati a pigiare lettere sulle tastiere dei loro computer. “Credo di essere incinta” disse poi lei, in tono incerto, sospirando profondamente. Alternò lo sguardo tra i due, che la ricambiarono a loro volta, entrambi piuttosto scettici. Daniele sorrise, scuotendo leggermente il capo; coi suoi 24 anni era il più giovane della combriccola e in generale, della redazione di Vintage, il giornale online per cui lavoravano da oramai due anni. “Credo che tu abbia solo visto troppe puntate di “Non sapevo di essere incinta” disse afferrando un foglietto di carta dalla scrivania e appallottolandolo velocemente tra le dita sottili per poi lanciarlo verso la ragazza, andando a colpirle un braccio, coperto da uno spesso pullover grigio chiaro a costine, che le scendeva lungo i fianchi un po’ ossuti. Camilla sbuffò, sollevando gli occhi scuri al cielo “Guarda, non lo volevo dire ma sono completamente d’accordo! Probabilmente ti girano solo a tremila le ovaie!” e a questa uscita, tutti e tre non poterono che scoppiare a ridere. Erano le 18 e ovviamente fuori era già buio, come sempre succede d’inverno. Piovigginava leggermente, infatti il vetro dell’ampia finestra dell’ufficio non era scalfito che da pochissime gocce. La vista non era delle migliori, nella corte del palazzo settecentesco dov’era situata la redazione ma se non altro, si trovavano pur sempre nel pieno centro di Napoli, a ridosso della Galleria Principe Umberto, in stile piacevolmente Liberty, perennemente affollata di turisti e sfaccendati o di sfaccendati turisti, che spesso è la stessa cosa.

C’erano solo loro tre a coprire il turno pomeridiano di Vintage ma era venerdì, motivo per cui Angie decise di proporre una minima botta di vita “Che facciamo, chiamiamo il bar per l’aperitivo?”. “Ma le donne incinte non devono bere, eh” replicò ironicamente Daniele, salvo annuire subito dopo “per me uno spritz”. “Anche per me” gli fece eco Camilla, staccando lo sguardo dallo schermo luminoso del pc per guardare l’amica “Ti prego, non prenderti un Negroni. Altrimenti non finirai mai più di pensare a quel rincoglionito”. Sul viso già pallido e non messo benissimo di Angie, nonostante esibisse un curato make up con tanto di occhi bistrati in stile Lana del Rey, comparve una smorfia di dolore. Il rincoglionito, altrimenti chiamato anche con tanti altri epiteti poco lusinghieri, rispondeva al nome di Filippo, non di battesimo ma solo d’anagrafe, ed era il grande amore tormentato, incontrastato e come spesso accade, non proprio ricambiato di Angie. “Ho deciso, mi farò suora” sentenziò poi lei, prendendo con un gesto un po’ teatrale il telefono cordless e scuotendo appena i lunghi capelli chimicamente biondi, leggermente mossi. “Brava, telefona a quel convento dove c’era la suora incinta, tanto loro ci sono già abituati!” esclamò Camilla, ricavando uno sguardo torvo dell’amica ma una risata schietta da Daniele. Angie si allontanò di qualche passo, borbottando qualcosa di molto simile a “è un dramma” prima di fare la telefonata al bar. Ovviamente, prese un Negroni.

Il pensiero le corse all’istante all’ultima volta in cui aveva visto Filippo, alla stazione di Bologna. Per loro un po’ tutto era iniziato e finito varie volte con una stazione e un treno da prendere. Lei viveva a Napoli, lui a Milano e si erano conosciuti per vie traverse e telematiche, come spesso accade alle cosiddette nuove generazioni, che spesso sono anche peggio delle vecchie. Altro cliché di quando s’erano conosciuti e che erano entrambi impegnati, chiaramente in storie poco soddisfacenti o comunque non adatte a loro. Nella migliore delle tradizioni, lei s’era innamorata di lui praticamente quando l’aveva visto scendere dal treno nella gloriosa stazione di Napoli Centrale, detta anche Garibaldi. Angie credeva sempre ai segni ed alle coincidenze, aveva in generale grande fede e quando lesse che il treno di lui proveniva dalla stazione di Milano Porta Garibaldi, provò subito un buon feeling. Ripensava spesso al loro incontro durante le notti insonni che passava oramai da un bel po’, grazie alle quali aveva guadagnato delle intriganti occhiaie violette che rischiavano di diventare il suo marchio di fabbrica. E pensava a lui che prima c’era, poi non c’era più, diceva una cosa, ne faceva un’altra. Non c’era speranza, preghiera, episodio di Gossip Girl o altro palliativo che le evitasse di inzuppare di lacrime la federa del cuscino, il pullover, qualsiasi cosa le capitasse a tiro. Non c’era abbraccio, bottiglia, disco che riuscisse a consolarla davvero dalla delusione di aver provato un così grande amore e di non essere mai stata contraccambiata.

Era la prima vera volta per Angie. Aveva avuto tante storie prima. Era stata piuttosto popolare al liceo, all’università e successivamente anche al lavoro, era abituata a piacere e ad avere chi desiderava senza grandi sforzi. Era stata spesso scorretta, aveva tradito, rubato il ragazzo ad una delle sue più care amiche, aveva rincorso pseudo rockstar di un qualche successo, aveva stimolato la fantasia di più di un compagno del corso di scrittura creativa, che le aveva dedicato più d’un infuocato racconto. Le piaceva apparire, mostrarsi controcorrente, vestirsi di nero e posare da alternativa. Frequentava esclusivamente piccoli club, caffè letterari e luoghi dove facevano musica dal vivo. La sua famiglia era molto benestante ma lei professava di odiare il vil denaro, un po’ come tutti quelli che lo hanno sempre avuto in partenza e non sanno che vuol dire vivere senza. Con una facile psicologia da salotto, si può capire che tutto questo era per mascherare le sue fragilità, le molte insicurezze. Era in realtà una persona molto sensibile ma non le piaceva apparire tale; qualche incertezza si avvertiva soltanto nel vederla mangiare, a volte troppo, a volte troppo poco ma d’altronde si sa, i problemi alimentari sono un altro male moderno ed Angie era la perfetta figlia della sua generazione. Aveva sofferto molto nella sua vita ma ne parlava di rado poiché non amava lamentarsi; le piaceva invece ascoltare gli altri e provare a modo suo ad aiutarli, poiché infondo era una persona buona. Ci aveva provato anche con Filippo ma sentiva di non esserci riuscita davvero. Lui era spesso infelice, solo e lei si incolpava di non esser riuscita a farlo sentire amato, nonostante avesse per lui sentimenti fortissimi.

I suoi pensieri furono interrotti dal campanello della porta, che annunciava l’arrivo dell’inserviente del bar coi loro aperitivi. Si alzò sovrappensiero, con gesti un po’ meccanici recuperò dalla borsa il suo portafogli, pagò il ragazzo e gli sorride un po’ spenta, raccolse dalle sue mani il vassoio e lo salutò. Non si accorse che Camilla era alle sue spalle. “Stai bene?” le domandò un po’ preoccupata, osservandola in volto. Angie annuì con un cenno del capo, non convintissima forse, porgendole poi il bicchiere. Dopo aver consegnato lo spritz anche a Daniele, si sedette col suo negroni sul bordo della scrivania di Camilla. Teneva il bicchiere tra le dita, lo rigirò un paio di volte, osservando il liquido rubro che conteneva, sospirando assorta. Dal computer di Daniele, nel frattempo, era partita una canzone.

 

Hai mai chiesto aiuto?
Te ne sei mai vergognato?
Dove vai, se capita a te dove vai?
Se piove così dove vai?
Vorrei vederti soffrire
E che non avessi nessuno di cui poterti fidare

(Ministri – Vorrei vederti Soffrire)

 Angie la riconobbe dalla terza nota. Non tanto perché aveva studiato musica dalla nascita ma perché era particolarmente affezionata a quella band e a quel pezzo. Gli lanciò un’occhiataccia, afferrando poi una penna dalla scrivania e puntandosela verso il ventre, in una specie di pseudo harakiri. Reclinò la testa all’indietro, rovesciando gli occhi, genere l’Esorcista, facendo comunque attenzione a non farsi sfuggire il negroni. “Grazie, Dan. Ci mancava veramente soltanto questa” mormorò sconsolata. “Ragazzi, per cortesia, basta” disse poi Camilla, in tono quasi severo. Essendo più grande di loro, nonché la prima figlia dei suoi genitori, talvolta aveva il buon senso di richiamarli all’ordine. Fortunatamente, quasi in contemporanea squillò anche lo smartphone di Angie, che subito scattò alzandosi da dov’era appollaiata per recuperarlo. “Tanto non è lui” la canzonò il collega. “Infatti. Però è Pietro.” ribatté lei, in tono rassegnato ma comunque non triste, prima di rispondere alla chiamata. Conosceva da poco Pietro ma avevano stretto subito una forte amicizia, suffragata soprattutto dalla pazienza di lui nel sopportare i suoi drammi. Nonostante avesse appena 22 anni, era infatti particolarmente saggio e solerte nel consigliare ad Angi cosa fare, impedendole qualche volta di cadere in comportamenti scioccamente autodistruttivi. “Ti prego stasera facciamola uscire di casa” disse a mezza voce Camilla, scoccando un’occhiata a Daniele, che sorseggiava il suo spritz leggermente stravaccato sulla sedia girevole. “La facciamo ubriacare?” propose lui con un sorrisino. “Eh così poi si suicida direttamente” fece una smorfietta, recuperando anche lei il suo aperitivo e una scodellina di olive che avevano portato loro per accompagnarlo, assieme ad un’altra di patatine dall’aria stantia. Guardò per qualche minuto le olive, neanche si aspettasse che potessero parlare da un momento all’altro. “Certo che sono proprio avaracci quelli del bar qui sotto. Due olive, tre patatine vecchie… e me lo chiamano aperitivo?” commentò contrariata, premendo le labbra. “Vabbè, comunque stasera suona The Niro” disse ancora a Daniele “lei lo adora e sono anche amici, portiamocela che almeno si distrae”.

 

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Eh, ce ne sarebbero di belle da dire.
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21 Responses to Prove di scrittura

  1. Michele says:

    a me piace, penso proprio lo leggerei con piacere, se proprio volessi essere puntiglioso io sostituirei le virgolette dei dialoghi con i caporali (« ») dopo una ricerca personale proprio per decidere cosa usare nei miei racconti ho scoperto che è il sistema maggiorment eusato dalle case editrici italiane 😉

  2. Armando says:

    Oh si che ne sei capace…sempre se hai scritto tu queste poche righe 😉 brava, brava, brava. Non ti fermare, continua così 😉 Poi voglio leggere il romanzo intero :p

  3. Antonio says:

    Ti leggo sempre come giornalista ma anche come scrittrice sei bravissima. Sei bella e brava, si capisce che il racconto è su di te però ti posso dare un consiglio io che sono un fesso? Non lo dare retta a quello, è veramente un rincoglionito se non capisce che persona sei e appresso agli sciemi è meglio non perdere tempo. Devi essere contenta di te!

  4. Pier Effect says:

    Mi piace, è giovane, scorre bene e sembra molto interessante da questa anteprima 🙂 Spero di poter leggere il resto!

  5. Pipkin says:

    Tra qualche minuto scappo per la montagna quindi ne ho letto solo un pezzo, ma sembra interessante 😀 Se posso darti un parere credo solo tu debba fare attenzione a frasi come la prima e quella con “Non sapevo di essere incinta”, perché sono un po’ troppo lunghe! Io le spezzetterei in due frasi con un punto in mezzo per renderle più semplici da leggere.
    Corrooo bacio!

  6. Allora inizio col dirti che non mi sento affatto qualificata per darti consigli di scrittura o correggerti. Ma posso dirti il mio personale parere, ovvero l’ho adorato, mi piacerebbe tantissimo leggerne ancora! 🙂

  7. gelsomina says:

    Complimenti!! Aspetto il seguito!

  8. pennyvlane says:

    Sono finalmente riuscita a leggere. Posso consigliarti: attenzione, molta, alla punteggiatura, che è un pò il tallone di Achille di questa lettura. Metti i dialoghi tra <>, che funzionano meglio vedrai 😉
    Il racconto scorre bene, sicuramente lo rileggerai e lo rivedrai, non avere mai paura di rimettere mano a qualcosina qua e là, se ti accorgi che è macchinosa o che non funziona totalmente.
    E’ certamente un racconto autobiografico, la realtà, spesso, supera la fantasia e lo rendi molto bene.
    Brava ragazza mia, aspetto il resto 😉

  9. tizy1289 says:

    Trovo la lettura piuttosto scorrevole, il tuo stile di scrittura è molto arguto, brava davvero!
    Solo, sostituirei le virgolette nei dialoghi con i caporali: mi hanno inculcato questa cosa quando ho fatto la tesi!
    Non vedo l’ora di leggerne ancora!

Dammi amore!

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