A 70 anni dal rastrellamento del ghetto di Roma

rastrellamentoIl 16 ottobre 1943 le truppe della Gestapo fecero una retata nel ghetto ebraico di Roma, sequestrando 1023 ebrei e deportandoli poi nei campi di concentramento di Auschwitz. Di questi sopravvissero solo sedici persone.

Non voglio farvi pistolotti di alcun tipo, lo sapete che non è genere mio, non voglio commentare con frasi fatte quanto successe perché neanche questo è nel mio stile. L’unica cosa su cui rifletto ogni anno in occasioni come questa o il giorno della memoria è che negli ultimi tempi, anziché andare avanti regrediamo. Il razzismo dovrebbe essere solo un ricordo e invece stiamo ancora al negazionismo e soprattutto, ci sono ancora persone che odiano gli ebrei e che considerano la loro razza (???) superiore.

Il dramma è che queste persone spesso sono giovani, dei ragazzi, a cui nè a casa, nè a scuola, viene spiegato veramente l’olocausto, si parla sempre meno spesso della persecuzione folle che gli ebrei hanno subito nel corso della storia. Basti pensare soltanto che il termine “ebreo” viene ancora utilizzato da tanti per indicare una persona avara e attaccata ai soldi, cosa che a me ha sempre fatto andare in bestia.

Io dico che è colpa dell’ignoranza e se non si fa qualcosa per combatterla, le cose andranno sempre peggio. Probabilmente questo post non se lo leggerà nessuno se non i miei affezionati (e amati) lettori ma io credo che se anche tutti noi ricordiamo il rastrellamento e ne parliamo almeno con un’altra persona, magari giovane, non tutto sarà perduto.

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About La Rockeuse

Eh, ce ne sarebbero di belle da dire.
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9 Responses to A 70 anni dal rastrellamento del ghetto di Roma

  1. Adriana says:

    Io sono stata “fortunata” perché una volta al liceo ci portarono a visitare il campo di Mauthausen. Un conto è leggere le descrizioni dei campi di concentramento, un altro è andare di persona a vedere e immaginare la vita dei prigionieri. È stata un’esperienza formativa che mi ha lasciato molyo fi più delle classiche gite a Barcellona.

    • La Rockeuse says:

      Esattamente. Lo stesso discorso lo fa sempre mia madre che è preside di un istituto qui a Napoli e ogni anno insiste per mandare i ragazzi in gita ad Auschwitz proprio per far capire loro di che cosa si tratta senza i filtri che ha un articolo o un libro di storia. Probabilmente se tutte le scuole facessero in questo modo, gli imbecilli che inneggiano al nazismo o al fascismo sarebbero molti meno!

  2. Ti capisco benissimo: io stessa sono rimasta sconvolta, nella mia ingenuita’, nel constatare l’esistenza, ancora oggi, di nazisti o fascisti. Cioe’, c’e’ della gente andata al funerale di Priebke a fare il saluto nazista. C’e’ della gente per la quale ancora oggi Priebke, Rommel, Mussolini e Hitler sono degli eroi. Ed io, cretina, che pensavo che questo fosse un problema risolto.

    • La Rockeuse says:

      Eh guarda, è veramente terribile, oltre che essere un reato. Ma io dico, che cazzo c’ha sta gente nel cervello, la segatura? Pensa a tutti i gruppi stile Forza Nuova e affini… ma io mi domando e dico…stiamo scherzando? E negli ultimi tempi, non solo da noi, il sentimento neonazi dilaga… veramente non si sa perché!

  3. alfredinik says:

    Capisco benissimo come ti senti, perché mi sento anch’io così. L’unica spiegazione che posso dare al crescere delle ostilità è la cosiddetta “crisi economica”. Oggi come 70 anni fa persone più o meno senza scrupoli attaccano il diverso, lo straniero, colui che non è uniformato perché “toglie il pane ai nostri figli”. È lo stesso sentimento, ma oggi è ancora più grave perché la gente dovrebbe vere imparato dagli errori del passato e invece l’umanità si ritrova a commetterli irrimediabilmente ancora una volta…

    • La Rockeuse says:

      Sono d’accordo. Non si impara nulla dal passato anche in questo caso, senza contare che spesso questi stranieri che tanto si odiano qui fanno lavori che nessuno vorrebbe fare, poiché considerati umili o troppo pesanti. Anche questa cosa è ridicola, perché non puoi lamentarti che non c’è lavoro quando poi quello che c’è comunque non ti sta bene.

  4. Marco says:

    Sarò politicamente scorretto: trovo che molta dell’ enfasi-a-comando che i media e le scuole mostrano (solo) nei giorni di commemorazione (prima fra tutte proprio la Giornata della Memoria) possa essere controproducente. In scuole (quasi tutte) dove si passano mesi a studiare eventi remoti e la storia contemporanea rimane un’appendice frettolosa da esaurire nell’ultimo mese, riempire un giorno di insistenti quanto prollissi proclami a non dimenticare non solo mi sa di foglia di fico ma soprattutto penso verrà percepito dai giovani come un solenne e barboso predicozzo.
    Teniamo conto che dall’altra parte ci sono personaggi negativi ma di una certa sinistra grandezza, coerenti fino in fondo con i propri assunti (e delle vittime a loro non interessa: o sono ordini e si reputano buoni soldati come Priebke o costruire la propria coerenza sulla sofferenza altrui per essi è un diritto razziale, come sostenne più volte Hitler). A controbilanciare quest’attrazione ci sono spesso libri in cui gli studenti non si immedesimano, gite che, per quanto partite con buone intenzioni, diventano qualcosa di tetro (tutto il contrario di quello che il tipico studente vorrebbe da una gita) o proiezioni di film sicuramente d’impatto ma tendenti all’agiografico e al lacrimevole. C’è poco da fare: l’antinazismo che si fa nelle istituzioni non è “figo” e la controparte invece grida di “avercelo duro”.

    Così a volte è una battaglia persa: forse bisognerebbe rivoluzionare i modi e non puntare sul tragico o addirittura sul senso di colpa, quanto sul sense of wonder sinistro di scoprire che baratro si è potuto aprire quando il lato oscuro del razionalismo novecentesco è venuto a galla.

    Non tralasciamo poi di ricordare, magari senza santificarli che fa solo male, tutti quelli che resistettero. Infatti se continuiamo a rappresentare l’ebreo come debole, cencioso, sottomesso, la sua debolezza potrà sempre essere girata in colpa da chi si fa forte della massa e simpatizza con i totalitarismi.

    Facciamo storia contemporanea, facciamo presenti le cause, anche economiche, che resero possibile il consenso di massa ad Hitler (gli ebrei erano il suo capro espiatorio, col fine di una consolazione violenta per quanti erano ridotti sul lastrico dall’inflazione e dalla finanza. Oggi in Grecia è di nuovo così).

    Teniamo conto che il più famoso libro sui lager, “Se questo è un uomo” di P. Levi, non è un amaro pillolozzo vittimista ma un viaggio breve e intenso, tagliente e lucido nella perdita di controllo della punta di diamante dell’ Europa, un libro che parla di resistenza e di recupero doloroso di uno straccio di dignità a dispetto di un ambiente che ti vuole bestia, nonchè un viaggio nelle più inaspettate e viscerali modalità di sopravvivenza dell’essere umano. Tutto questo recuperando un linguaggio letterario (in particolare analogie con l’Inferno di Dante) che non spreca una parola, non si abbandona mai al fronzolo ma nasconde molta profondità

    Guardiamo, con film recenti come “Defiance”, come in alcuni casi si crearono gruppi di partigiani ebraici o ripeschiamo la leggerezza pensosa di pellicole come “Vogliamo vivere” di Lubitsch (“La vita è bella”, propostissimo, invece non mi convince mai fino in fondo, lo trovo un po’ retorico).

    Quello che voglio dire è che non basta denunciare in negativo ma è decisamente meglio proporre valori antitetici in positivo.

  5. Marco says:

    PS Quello che mi ha più colpito (e che non è improbabile possa succedere di nuovo) è il constatare che molte delle posizioni e rivendicazioni tipiche del Nazismo e prima ancora del Fascismo non erano pretese di gruppuscoli estremisti (anche se furono sostenute anche col manganello) bensì derive partite dalla parte più avanzata del progresso moderno. C’erano neonazi anche in America prima della guerra (le Camicie Argento) e la tecnologia e la scienza sadiche del Nazismo furono rese possibili dal meccanicismo otto-novecentesco e da una visione asettica e assolutista della scienza che oggi io vedo ritornare prepotentemente quando vedo applicare la psicologia alla selezione del personale o la genetica alla selezione di un artificiale “superuomo”.
    Fa comodo pensare due cose false. La prima è appunto che il nazifascismo fosse semplicemente barbarie (la sua rigidità fu invece sostenuta da fior di personaggi come il nuovo che avanza, come una risposta razionale. Era invece razionale nei modi ma irrazionale nei fini). La seconda è che l’intelligenza nazifascista, con i suoi personaggi fedeli ad una certa idea dell’uomo, decadde dopo la sconfitta. In realtà gli americani preferirono salvare gli artefici della grandezza tedesca e traghettarli più o meno segretamente oltreoceano a lavorare per loro, con una certa gloria. Von Braun, per dire, quello dei razzi per la Luna, lavorava ai missili V2 di Hitler.

    Lasciamo perdere poi che nessuno si ricorda del “fascismo” giapponese, che non lo si studia a scuola e non si dice che molti dei suoi componenti non furono mai processati (il senso di colpa degli USA per Hiroshima probabilmente ebbe un ruolo in questo). Medici che furono capaci di vivisezionare prigionieri di guerra senza anestesia tornarono bellamente a insegnare chirurgia nelle università in madrepatria per morire stimati professori a ottanta e passa anni…

    • La Rockeuse says:

      Odio la scuola e anche l’università per come affrontano il novanta per cento delle cose, mi trovo d’accordo con te. Il problema è che nelle scuole c’è gente vecchia, che non ha voglia di fare una mazza se non fregarsi lo stipendio e i colleghi giovani, come noi, che amano il mestiere e vorrebbero farlo al meglio sono una minoranza. Mio padre ha insegnato tanti anni nella scuola prima di darsi alla filologia e ho visto questi meccanismi anche dal suo punto di vista e ti assicuro che non è facile proporre e far passare idee innovative ma credo che tu sappia a che cosa mi riferisco. E’ più facile far vedere “La vita è bella” e mostrare gli ebrei come dei poveretti solo bastonati piuttosto che spiegare e far capire che c’era anche dell’altro. E lo dico per la scuola ma anche per l’università, dove spesso l’insegnamento della storia contemporanea non è un granché, purtroppo.

Dammi amore!

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