L’epopea del Passaporto e altri racconti

C‘era una volta una simpatica e cara ragazza di nome Rory che aveva bisogno di farsi il Passaporto. Rory viveva nella ridente città di Napoli, capoluogo Campano ma risiedeva in un altro Comune – che chiameremo Mordor per motivi di privacy – dove era solita recarsi ogni qual volta aveva bisogno di nuovi documenti.

Con gran difficoltà, poiché non amava viaggiare, si incamminò di buon ora verso la Stazione Centrale. Qui aquistò il biglietto e le ci volle circa mezz’ora buona per capire quale disgraziato di treno avrebbe potuto condura nella città di Mordor, mal collegata sebbene non troppo lontana da Napoli. Dopo un’estenuante viaggio di circa due ore, la piccola Rory giunse dove doveva andare. Poiché già sapeva cosa serviva per il Passaporto, si recò subito a fare i seguenti salassi:

– bollettino da 42 e rotti euro per il Ministero delle Finanze

– Marca da bollo da 40 e rotti euro per il Passaporto

– 4 fotografie a sfondo bianco

L’oramai poco fanciulla credeva che dopo aver speso circa 90 euro di annessi e connessi il gioco fosse fatto, infatti andò a fare un bell’aperitivo con un bicchier di vino e poi s’addormentò, sognando festini e bei giovanotti.

Non sapeva cosa l’avrebbe attesa il giorno dopo in Questura.

Subito notò che vicino allo sportello Passaporti, c’era quello “Porto d’armi” e accarezzò l’idea di farselo anche lei, sebbene consapevole che non avrebbe mai superato la visita psicologica. C’era un po’ di fila e quando giunse il suo turno, scoprì che doveva rifare le foto perché IL VOLTO ERA POCO CENTRATO oltre a dover fare la fotocopia della carta d’identità.

A bordo della sua fedele Fiat Panda 500 e incurante di guidare davvero male (nuova però ma non rubata), Rory volò dalla Questura fino al più vicino fotografo  per farsi rifare le fotografia e la fotocopia. Anche in questo caso, però, ignorava che il fotografo le avrebbe narrato la storia dettagliata dell’ex proprietario del negozio, venditore di scarpe che nel secondo dopoguerra andava fino a Napoli in BICICLETTA a far rifornimenti. Infine, la nostra eroina riuscì a consegnare tutto. Ma l’attesa, ovviamente, non era ancora finita. Dieci lunghi giorni la separavano dall’ottenere l’agognato documento…

La storia insegna che: Le foto del Passaporto sono assurde da fare e che comunque sia, ci si metterà una mattinata intera a farne la richiesta.

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About La Rockeuse

Eh, ce ne sarebbero di belle da dire.
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14 Responses to L’epopea del Passaporto e altri racconti

  1. alfredinik says:

    Ahahhaha ne so qualcosa anch’io! Immagina poi chi è un italiano residente all’estero come debba essere l’epopea! Mi sarebbe piaciuto leggere il resoconto momento per momento, Twitter non l’hai più? 😀

  2. Pipkin says:

    “Cinque minuti, faccio il passaporto e poi ho tutta la giornata libera”

    ………

  3. Salvo says:

    Pero un epopea solo per un documento (mi sa che toccherà anche a me quando servirà), ma capisco inoltre il viaggio di due ore verso mordor, lo facevo ogni giorno quando tornavo da napoli a casa..

    Dove vai di bello?

  4. Luigi says:

    Io non so ancora se la visita psicologica per il porto d’armi sia una cosa realmente di questo mondo o meno!

  5. mlleveronica says:

    Cara ma…non per farmi gli affari tuoi, ma perche non prendi la residenza a Napoli (qualora tu avessi deciso di starci in pianta stabile)?

    • La Rockeuse says:

      Tesoro 😦 è un’annosa questione. Tralasciando che ho il desiderio di trasferirmi altrove, il problema è che mio padre vive in quel comune dove risiedo e ogni volta che esprimo il desiderio di trasferirmi, fa una faccia depressissima. Ora, siccome è anziano, è in pensione ed è un po’ triste perché è vero che lavora ancora come latinista ma ha perso la gioia della sua vita che era fare ricerca e insegnare, quindi voglio evitare di dargli un altro dispiacere, anche se è una sciocchezza 😦

  6. marymakeup says:

    rendiamoci conto….
    buon lunedì cara xxx

Dammi amore!

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