Capitalism stole my virginity: ovvero la mia esperienza al Consolato Americano

Non giriamoci attorno: in America hanno delle cose troppo buone!

Siccome mi sono arrivate alcune mails (che mi hanno riempito il cuoricino di gioia, grazie!) che mi chiedevano della mia esperienza di stage al Consolato Americano, grazie anche ad un’idea del buon Ciccio che mi sostiene sempre e comunque, ho deciso di dedicare (finalmente)un post a questo stage. Cercherò di non tediarvi troppo e di parlare di tutti gli aspetti della questione.

First step: Come ho ottenuto il colloquio per lo stage?

In modo semplice: mandando il mio CV all’indirizzo del Consolato che si trova sul loro sito internet. Mandare il CV è una specie di prima “selezione”; tramite il suddetto, vengono scelte le persone che potranno sostenere il colloquio. Se siete tra i fortunati, vi richiameranno dopo qualche giorno.

Second step: il colloquio.

Il colloquio è una specie di vero e proprio colloquio di lavoro. Si svolge alla presenza dei membri italiani e americani dello staff dell’ufficio in cui volete andare a fare lo stage (nel mio caso quello dei Public Affairs, essendo giornalista ho lavorato nell’ufficio stampa) ed è completamente in inglese. E’ molto normale, vi fanno qualche domanda su di voi, sui vostri studi, sui vostri interessi, nulla di cui preoccuparsi.

Third step: lo stage.

Se avete fortuna, come è successo a me, otterrete lo stage. E ora viene il bello. Si inizia alle 8 e 30 e si finisce alle 17 e 30 circa (alle 18 l’edificio deve essere vuoto per ragioni di sicurezza). Per me era abbastanza dura, perché dovevo fare la spola tra il Consolato e la televisione locale dove lavoro, il che alla lunga è stato un pochino stancante. Sentivo molta pressione, non volevo fare brutta figura, anche se spesso e volentieri è successo il contrario, però vabbè, fa parte del gioco anche quello.

Una delle cose che mi è pesata maggiormente è l’ambiente molto formale. Chi mi legge e chi un pochino mi conosce, sa che odio ogni tipo di formalismo e quindi comportarmi “bene” era per me una faticaccia assurda. Ora non spaventatevi: è chiaro che è un problema mio ed anche dell’ambiente da cui provengo. Nelle redazioni di giornali si danno tutti del tu e sono tutti (almeno in apparenza) estremamente amichevoli. E’ chiaro che in un contesto di tipo diplomatico non poteva essere così. Non commettete i miei errori: siate formali ed educati.

Altra nota dolente: l’abbigliamento. Anche quello doveva essere formale. Erano vietati jeans e sneakers. E io ovviamente il primo giorno avevo jeans e sneakers, anche perché dopo dovevo andare al lavoro e volevo stare comoda. Il problema è che prima di questo stage non avevo mai posseduto pantaloni, giacche e avevo tipo soltanto 2 camicie. Quindi ho dovuto comprarmi parecchie cose, sapendo che, ovviamente, le avrei messe solo in questi tre mesi, fondamentalmente perché detesto i vestiti ingessati che non sono fatti assolutamente per me.

Questa è poi una delle cose che mi dava più fastidio. Non trovo giusto che una persona debba vestirsi in un determinato modo per andare a lavorare. Sono d’accordo col non indossare abiti sgargianti o robe strane ma penso che con un jeans e una t-shirt semplice o una camicia si vada più che bene, no? Anche perché questi stage non sono retribuiti e non trovo giusto che uno di tasca propria debba comprarsi roba che poi non metterà più. Anzi, ho l’armadio pieno di cose preppy: se volete faccio un maxi ghivauei con tutta la roba!

Detto questo, io mettevo spesso pantaloni e camicia e delle scarpe decoltè col tacco, che ovviamente mi cambiavo lì portandomi sempre delle ballerine, anche perché stare tutta la giornata sui tacchi non è cosa per me.

Per quanto riguarda l’ambito lavorativo: mi occupavo dell’ufficio stampa. Ovvero fare un po’ di rassegna, aggiornare il sito con piccoli articoli in italiano ed in inglese, redarre comunicati stampa quando ce ne era il bisogno, gestire i rapporti con la stampa. Seguire l’ufficio stampa non è tecnicamente fare il giornalista, è un tipo di esperienza diverso che comunque è molto interessante.

In fin dei conti, è uno stage che, avendone la possibilità, consiglierei a tutti. E’ pesante ma ricca di soddisfazioni, se si lavora bene, senza contare che, almeno per chi desidera lavorare in ambito diplomatico è un’ottimo punto di partenza. E poi è very internescional, il che non guasta mai!

Se avete altre domande, curiosità, etcetera, chiedete che son qui per voi! (e scusate il post kilometrico ma ci voleva!)

About La Rockeuse

Eh, ce ne sarebbero di belle da dire.
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14 Responses to Capitalism stole my virginity: ovvero la mia esperienza al Consolato Americano

  1. Lino says:

    infine una bellissima esperienza

  2. What a really amazing blog post…

  3. G says:

    Tu parli dello stage al consolato di quale sede? 😀

  4. Vale says:

    Grazie per questo post utilissimo e divertente, anche a un anno di distanza! Sto per fare un colloquio per uno stage al consolato americano anch’io, e sentire le esperienze precedenti di altri fa sempre piacere! 😉 Ah, soprattutto per l’abbigliamento!! Studio ancora all’università, e in biblioteca non vado certo super chic!

  5. Gabriella says:

    Ciao, ho mandato il mio cv da qualche settimana e nessuno mi ha ancora risposto, devo preoccuparmi?

    • La Rockeuse says:

      Ciao! Purtroppo non ti so dire, non ricordo quanto tempo dopo mi contattarono!

      • Rosa says:

        Ciao, sono stata chiamata anche io per il colloquio e mi ha rincuorato questo post, volevo sapere le domande come erano e se ti mettono a tuo agio.

      • La Rockeuse says:

        Coraggio, in bocca al lupo! Personalmente trovai le domande molto colloquiali, semplici insomma, sui miei studi e il mio lavoro. E si, furono tutti molto gentili quindi non mi sentii a disagio per fortuna ma io non sono particolarmente timida alla fine. In bocca al lupo, fammi sapere!

      • Rosa says:

        Grazie mille, appena avrò notizie ti farò sapere 😊😊

Dammi amore!

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